mercoledì 24 dicembre 2014

A SILVIA - 200 ANNI DOPO E CON LA MIA IGNORANZA

Chissà cosa ti avrebbe cantato il tuo Leopardi, cosa avrebbe visto dalle sue finestre: il tempo pazzo che a maggio lo avrebbe fatto gelare e in inverno gli avrebbe ancora regalato qualche speranza di sole. Una vita lunga e speranzosa ti si sarebbe prospettata, la medicina da qui tempi qualche passo avanti lo ha fatto, nella fortuna di non cadere sotto i ferri della malasanità! Ti avrebbe cantato dei balli in piazza attorno ai roghi appiccati contro l'innovazione dei mezzi di trasporto (in fondo che ti serve a fare innovare se ti va bene quello che hai già? Credo la pensassero così anche ai tempi di Leopardi). Probabilmente ti avrebbe vista arrivare da in fondo alla via carica di libri, dopo una giornata in università o al lavoro, dopo ore di attesa in stazione per colpa della TAV (o di chi le ha dato fuoco, dipende dai punti di vista), dopo una giornata passata a sentirti raccontare dai tg e dai teleimbonitori dei talk show dell'Italia unita e poi divisa ancora, degli italiani mai uniti e della loro incapacità cronica di accettare il nuovo e il diverso.
O forse ti avrebbe cantata in versi liberi, ormai nessun poeta a cui piaccia considerarsi tale si sbatte più a cercare le rime o contare le sillabe. A me piace cantarti così:
Silvia, ti ammiro ancora,
stanca dal lavoro,
sulla tua macchinina,
presa ancora tra cellulari, tablet e cuffie
che sbagli sempre,
il sensore della retro,
che non ti aiuta mai nel momento giusto,
e la tua chioma
soffice e indoma,
che distrae ogni passante,
e impedisce la visione
a chi sta in seconda fila a teatro.
Oh che beltà, i tuoi occhi,
dal colore sfuggente,
che si lascia carpire solo quando
non è influenzato dall'abbigliamento.
A maggio ti venni a prendere
in motorino sotto scuola
e festeggiai, teco,
la fine degli studi
e dell'ennesimo contratto precario.
A dicembre ti guardai lavorare,
per il lato oscuro della forza,
dal letto ancora caldo,
durante un weekend di sole speranzoso
di poter andare a passeggiar per ore,
mano nella mano,
in su le mura rosa
della città antica.
La vita assieme è ancora lunga,
questa è la mia speme,
oh mia belva delle silve!
E la speranza che scopra,
finalmente, la tua via
mi riempie il cuore e le orecchie
dei canti tuoi soavi
e del ninnare a ritmo di Bach,
che una volta riempivano le stanze
del suocero ostello,
e ora rimangono solo
un dolce ritornello,
che mi canto la notte,
quando allungo la mano
e freddo scopro il nostro giaciglio,
desideroso di riaverti presto
sorridente al mio fianco.

Hasta Siempre

The Boss

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